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Insoddisfazione è la parola preponderante che emerge dalla ricerca condotta dall’Opga (Osservatorio permanente giovani avvocati), presentata nel corso della Terza edizione di Lex Expo, la Fiera delle professioni legali, a Bari il 9 luglio 2010. Opga, organismo promosso dal Consiglio Nazionale Forense- Gruppo di lavoro giovani, nato nell’aprile dello scorso anno, è un progetto di ricerca continua per il futuro dell’avvocatura con lo scopo di monitorare quantitativamente la presenza, intercettare i bisogni, conoscere le aspettative professionali, verificare la spendibilità sul mercato professionale e aprire un canale diretto di comunicazione dei giovani avvocati. Per semplificare la raccolta dei dati e operare un costante monitoraggio sulla popolazione delle giovani toghe è stato creato un sito: www.opga.it. La ricerca, come spiega Luigi Pannarale, titolare della studio legale Coviello Pannarale & Associati e professore ordinario di Sociologia del diritto alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, «colma un vuoto nella sociologia delle professioni e del diritto». La ricerca, condotta da Opga in collaborazione con Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) e LexExpo, si basa sulla compilazione di un questionario anonimo con 104 domande, proposto ai 42.386 avvocati iscritti alla Cassa Forense e nati dopo il 1970. A rispondere alle domande sono stati 2.660 legali, equivalenti al 6% del totale. «L’Osservatorio ha avviato un percorso, partendo dai bisogni dei giovani avvocati per poi indagare i mercati professionali, i vari sbocchi, l’importanza della formazione e dell’aggiornamento che attualmente, invece, non vengono calibrati sulla base delle effettive esigenze del mercato», asserisce Gianni D’Innella, consigliere nazionale e coordinatore del Gruppo Giovani del C.N.F. Redditi non in linea con le aspettative, degrado della professione, l’avvocatura come scelta temporanea in attesa di “qualcosa di meglio”. Sono i dati emersi dall’indagine, che denotano anche un profondo cambiamento nella considerazione della figura dell’avvocato. L’ultima sezione della ricerca è stata dedicata alle “motivazioni” che spingono i giovani a intraprendere questa carriera e all’analisi delle loro aspettative e del grado di soddisfazione per il percorso professional e avviato. La prima domanda di questa sezione è volta a indagare le ragioni che spingono alla scelta di intraprendere la carriera forense. Il 47,8% degli intervistati ha indicato la “predilezione culturale per il diritto”, mentre il 9% ha confessato di essere mosso dalle “aspettative di reddito”. C’è da considerare che nonostante la forma anonima del questionario, probabilmente, nella risposta ha influito anche la propensione ad auto rappresentarsi cultori del diritto, piuttosto che come «avidi di denaro», precisa Pannarale nel commento ai dati. Tra i fattori che guidano e indirizzano il percorso delle giovani toghe tricolore il 36,4% del totale ha sottolineato l’importanza di una “buona preparazione universitaria e post-universitaria”. Da non sottovalutare, però, “la pratica all’interno dello studio”, menzionata dal 14,5% degli avvocati. Tuttavia c’è da sottolineare che questa esperienza varia a seconda dello studio in cui si svolge il praticantato, sia essa una piccola boutique o una grande law firm. «Ognuna delle diverse tipologie presenta vantaggi e rischi: i grandi studi offrono una casistica più ampia, ma spesso richiedono una iperspecializzazione che può risultare dannosa in una fase di formazione iniziale, in cui occorre, invece, guardarsi intorno e costruire la propria “cassetta degli attrezzi”», puntualizza Pannarale. «Gli studi più piccoli, d’altra parte, spesso, hanno come titolari professionisti un po’ troppo gelosi e timorosi di “farsi rubare il mestiere”. Inoltre vi possono essere bravissimi professionisti che non hanno tempo, voglia o capacità di formarne altri», afferma il professore. Gli fa eco D’Innella: «Oggi, più che in passato, si conferma la centralità della formazione e la rilevanza di una pratica accompagnata e guidata da un buon maestro; figura che, negli ultimi anni, a causa di dinamiche e ritmi professionali sempre più accelerati, è sempre meno disponibile ad esercitare questo ruolo». A sottolineare, ancora una volta, il cambiamento della professione, gli avvocati hanno indicato come opportunità di crescita, per il 27,6% l’associazione con altri colleghi, mentre il 21,8% la possibilità d’intraprendere attività di marketing. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e dall’inchiesta sono emerse anche le note dolenti. Ad aggiudicarsi il primato dell’insoddisfazione è il reddito, con il 38,8% dei giovani legali che si dice scarsamente soddisfatto dell’attuale resa economica della sua attività professionale. A questi, poi, si aggiunge, un 5,5% che non esita a dirsi per nulla soddisfatto. «Mi aspettavo un atteggiamento di sfiducia nella professione, da parte dei giovani avvocati, così come immaginavo che avrebbero lamentato gli scarsi guadagni», afferma D’Innella. Tre anni sono, invece, a detta dei giovani legali, il tempo necessario per raggiungere una resa economica soddisfacente. Tuttavia le aspettative di reddito non sono esorbitanti; per il 40,4% il giro d’affari di un legale affermato oscilla tra i 100 e i 300 mila euro, e per il 53% il reddito adeguato alle proprie capacità professionali (attuali) si aggira tra i 30 i 50 mila euro. Ma l’insoddisfazione delle toghe novizie si riferisce, oltre che alla resa economica, anche alla frenesia della professione e alla scarsa possibilità di conciliare la vita privata con il lavoro, per il (33%) e l’aggiornamento professionale (34,3%). Rispetto al passato, oggi risulta mutata anche la descrizione del ruolo e della funzione della professione forense. Il 27,6% dei giovani avvocati, indica il legale come “consulente specializzato che aiuta a determinare la realtà giuridica del Paese”, e il 21,1% lo descrive come “unica risorsa per il cittadino per far valere i suoi diritti”.
Tuttavia c’è da segnalare anche un 9,8% di giovani che definiscono l’avvocato, colui che “offre servizi in cambio di una parcella”, dato che indica come la la professione forense sia sempre più vista in chiave di servizio oltre che come professione liberale di prestigio e utilità sociale.
Questo, va detto, accade più nelle regioni di Centro Nord e meno al Sud, dove si conserva, invece, la vecchia iconografia dell’avvocato. Più fosco il quadro della condizione in cui versa la professione forense secondo i giovani professionisti. Il 21,5% degli avvocati ha sottolineato una condizione di “grave deterioramento”, l’8,5% ha risposto “lieve peggioramento”, mentre il 30,5% ha indicato un “sensibile peggioramento”. Ma questi dati, secondo D’Innella, possono esser visti anche nell’ottica del “bicchiere mezzo pieno” e possono essere interpretati come una presa di coscienza a cui potrebbe seguire la volontà di riportare la professione forense ai primari splendori.
«Mi ha meravigliato », afferma D’Innella, come abbiano riconosciuto l’importanza dei comportamenti nell’esercizio della professione, rilevando l’esistenza di condizioni di concorrenza sleale e di degrado deontologico ». Da uno sguardo d’insieme alla fotografia emersa dalla ricerca, la sensazione è che la scelta di fare l’avvocato non sia sempre determinata dal desiderio di svolgere la professione forense.
Uno degli elementi sostanziali che influisce nella scelta d’indossare la toga è la tradizione di famiglia, come afferma Pannarale: «A causa delle crescenti difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro, sono sempre più numerosi coloro che seguono la tradizione di famiglia. Oggi prima di sperperare la rendita costituita dall’avviamento di un buon studio professionale, un giovane deve pensarci mille volte. Il timore, però, è che le scelte forzate e opportunistiche comportino un inevitabile degrado motivazionale».
L’avvocatura, in parte, è utilizzata come “zona di parcheggio” da parte di aspiranti magistrati e notai.
«Deve mutare l’approccio alla professione intesa quale “periodo di parcheggio” e perché ciò avvenga si rende necessaria una selezione all’accesso sicuramente più rigida. Mi auguro che nel prossimo futuro la scelta della professione di avvocato non sia residuale rispetto alla mancanza di altre opportunità di lavoro ma sia consapevole e desiderata», afferma D’Innella.
È d’accordo anche Pannarale: «La speranza è che per i più non si tratti soltanto di una scelta residuale e di attesa, dovuta alla maggiore difficoltà di accesso a professioni considerate più appetibili e sia invece una scelta convinta e motivata».