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L’intasamento degli Albi ingolfa il sistema giudiziario e impoverisce la professione che punta a recuperare redditività con il ritorno ai minimi tariffari inderogabili.
Troppi avvocati. Così tanti che nessuno sa esattamente quanti. Nemmeno il Consiglio Nazionale Forense, vale a dire quello che dovrebbe essere l’organo supremo di autogoverno della professione: fino ad oggi non è stato istituito un Albo nazionale. Troppi avvocati, lo scriveva in un pamphlet del 1921 il grande Piero Calamandrei che non aveva paura di tacciare di ciarlataneria uno Stato che non faceva nulla per porre un freno alla corsa alle toghe.
Troppi avvocati, lo hanno ripetuto in tanti anche nell’ultimo anno. Da ultimo, il magistrato Piercamillo Davigo che, intervenendo al Forum Ambrosetti di Cernobbio lo scorso settembre, ha puntato il dito contro l’inflazione forense: in Italia ci sarebbe, a detta di Davigo, un’eccessiva domanda di “intermediazione giudiziaria” che di fatto sommerge i giudici e intasa i tribunali. A fronte di 10 mila togati, nel Bel Paese operano più di 200mila avvocati. Il confronto con altre realtà è impietoso: per ogni giudice in carriera, in Francia, operano 7,1, avvocati e in Gran Bretagna 3,2, mentre nella Penisola la cifra balza fino a 26,4. E così Davigo ha proposto provocatoriamente di portare il corso di laurea in Giurisprudenza a sei anni: «In più al primo anno metterei l’esame di analisi matematica, in modo che qualche matricola possa rivedere in tempo la sua scelta e iscriversi a Ingegneria».
Ma l’intasamento degli Albi sta avendo anche un effetto deleterio sulla condizione economica dei professionisti, come ha stigmatizzato il presidente della Cassa Forense, Marco Ubertini, lo scorso ottobre al congresso dell’Aiga tenutosi a Bari. Nel 2009, ha fatto sapere Ubertini, il reddito medio dichiarato dagli avvocati italiani è stato di circa 49mila euro, a fronte di 50.351 del 2008. «La differenza potrebbe sembrare leggera», ha commentato il presidente, «ma se si tiene conto del fatto che gli iscritti alla Cassa sono aumentati, diventa preoccupante». Il decadimento economico della categoria assieme al suo sovraffollamento sono i mali che la riforma della legge sulla professione forense vorrebbe curare. Il testo, seppur tra emendamenti e rinvii, a novembre ha ottenuto il primo via libera al Senato.
Tribunali a rilento L’effetto più o meno diretto che l’inflazione forense ha sul sistema giustizia è stato anche oggetto di un’analisi firmata Banca d’Italia. Nel Working paper pubblicato a febbraio, Amanda Carmignani e Silvia Giacomelli del Servizio Studi di Palazzo Koch, svolgono un’analisi che giunge alla conclusione per cui la «numerosità degli avvocati ha un effetto positivo, significativo e quantitativamente rilevante sulla litigiosità.
Poiché nel periodo esaminato (2000-2005, ndr) era in vigore un regime di tariffe minime per gli avvocati che limitava le possibilità di concorrenza sui prezzi, i risultati ottenuti plausibilmente indicano l’esistenza di un effetto di induzione della domanda». Gli avvocati, quindi, impossibilitati a farsi concorrenza sfruttando la leva dei prezzi, puntano a sbarcare il lunario inducendo i propri clienti ad adire le vie legali per ogni questione. Il tema deve stare a cuore al governatore Mario Draghi che già nel giugno del 2008, nella relazione annuale di Bankitalia, denunciò: «I tassi di litigiosità in Italia sono significativamente più elevati di quelli osservati nei principali Paesi europei», aggiungendo che «gli incentivi delle parti e degli avvocati sono tra i fattori che possono influenzare il fenomeno». Nel 2009, poi, anche Piero Buonanno e Matteo Maria Galizzi, dell’Università di Brescia sono intervenuti sul tema mettendo in evidenza che, «almeno a partire dal 2000, esiste una significativa correlazione tra il numero delle cause civili e il numero degli avvocati attivi nei diversi tribunali italiani». L’analisi di Buonannno e Galizzi mette in un rapporto di relazione più diretta il tema della concorrenza con quello dell’intasamento della macchina giudiziaria. «Alcuni avvocati, spinti da una maggiore pressione competitiva dovuta all’ingresso in forze di molti nuovi professionisti, e impossibilitati nel competere sul lato delle tariffe (anche in questo caso, il periodo preso in esame dai ricercatori, 2000-2007, vedeva la vigenza dei minimi inderogabili, ndr), che non possono scendere sotto quelle minime fissate dal Consiglio nazionale forense, potrebbero essere tentati dallo sfruttare il loro vantaggio informativo nei confronti del cliente. Ad esempio, potrebbero indurre qualche cliente a intentare causa o ad andare in tribunale anche in casi in cui il ricorso alla giustizia civile non sarebbe necessario o efficace. In teoria, gli avvocati avrebbero certamente un interesse a un comportamento del genere, dato che in Italia sono pagati a prescindere dall’esito della causa, e sulla base di tariffe proporzionali al tempo e al numero degli atti dedicati a ciascun caso». I risultati dello studio condotto da Buonanno e Galizzi, hanno poi confermato l’esistenza di qualche forma di “domanda indotta” dagli avvocati.
«Un aumento del 10 per cento del numero relativo degli avvocati attivi in un tribunale è associato a un incremento del 3,5 per cento del tasso di litigiosità nella provincia, del 6 per cento delle cause intentate di fronte a una sezione civile del tribunale e del 4 per cento delle cause per risarcimento danni». Persino il presidente dell’Oua, Maurizio De Tilla, è arrivato a riconoscere l’esistenza di una sorta di legame tra il tasso di litigiosità degli italiani e l’eccessivo numero di avvocati. In una recente intervista ha dichiarato: «La vera critica che si deve fare all’avvocatura è quella di aver accettato di arrivare a 230 mila iscritti, contro i 45 mila della Francia e i 130 mila della Germania. Qui c’è qualcosa di sbagliato, si è immesso nel mercato un numero enorme di avvocati e ciò finisce per aumentare il contenzioso e le spese di gestione». Pronto soccorso reddituale Gli avvocati italiani sono circa 230mila. E questo numero cresce ogni anno di 15mila nuovi praticanti. Per i vertici dell’avvocatura, l’abolizione dei minimi tariffari ha avuto un peso non secondario in questo scenario in quanto ha contribuito all’impoverimento della categoria rafforzando notevolmente il potere contrattuale di chi “acquista” servizi legali. Dopo anni in cui il reddito medio degli avvocati italiani segnava un trend di crescita, nel 2008 e nel 2009 la classe forense ha cominciato a risentire di una lieve contrazione dei propri ricavi. Il reddito medio dei professionisti iscritti alla Cassa Forense è sceso rispettivamente del 1,9% (2008) e del 1,1% (2009). Inoltre, secondo la Cassa, quest’anno, 18mila professionisti (vale a dire il 12% circa del totale degli iscritti) hanno realizzato reddito zero.
Certo, da un lato la concorrenza tariffaria può avere inciso. Tuttavia, non si deve dimenticare che gli ultimi anni sono stati gravati da una crisi economica che non ha risparmiato nessuno e che, in generale, ha reso molto più difficile riscuotere i crediti. L’Ordine degli avvocati di Monza ha siglato una convenzione con la società Infonet per mettere a disposizione delle toghe brianzole un servizio di analisi della solvibilità di nuovi clienti. Ma il problema della riscossione dei crediti sussiste anche per chi lavora con le aziende o con la pubblica amministrazione. «Una delle più importanti società dell’automotive italiano», afferma il managing partner di uno studio internazionale che preferisce restare anonimo, «paga regolarmente, a 365 giorni, anche parcelle ridicole: l’ultima volta abbiamo aspettato un anno per ricevere 12mila euro».
Da parte dei general counsel, ovvero i responsabili degli affari legali delle imprese, è cresciuto il ricorso ai “prezzi imposti” per numerose attività. Soprattutto le grandi società hanno fatto della razionalizzazione della propria spesa in consulenza legale un vero e proprio obiettivo strategico. Molte hanno introdotto rigide policy di tariffazione delle prestazioni, distinguendo tra servizi commodity e servizi core e adottando il tassativo utilizzo della success fee per la retribuzione dell’attività giudiziale dei propri avvocati. Così come in tanti hanno scelto di adottare soluzioni forfettarie per regolare i propri rapporti economici con i legali esterni. Stando ai dati dell’indagine “Wake up to the future” realizzata dallo studio Eversheds Bianchini, il 40,4% dei giuristi d’impresa, nel 2010, ha scelto di fronteggiare la crisi riducendo il ricorso agli studi legali esterni, mentre il 22,8% ha anche chiesto una riduzione delle tariffe. In molti casi, anche grandi studi legali nazionali hanno accettato di lavorare a prezzi da saldo pur di non mettere a repentaglio il proprio “rapporto” con un cliente.
Per Cnf e Oua il ripristino dei minimi tariffari inderogabili e l’abolizione del patto di quota lite (previsti nel ddl sulla riforma forense) sono le prime e più urgenti azioni da intraprendere per evitare che questa situazione raggiunga un punto di non ritorno. Ma sono davvero la strada migliore? A settembre 2009, il Cnf ha ribadito (in risposta ai rilievi dell’Antitrust sullo stato delle liberalizzazioni nelle professioni) che il ripristino delle tariffe minime inderogabili serve «a non dequalificare la professione e a non obbligare gli avvocati ad accettare condizioni umilianti e non remunerative imposte dagli operatori economici contrattualmente più forti».
Tuttavia, proprio l’Osservatorio Permanente Giovani Avvocati, istituito presso il Cnf, nella sua prima indagine sulla condizione in cui operano i giovani avvocati (i cui risultati sono stati presentati a Bari lo scorso mese di luglio) ha messo in evidenza come per il 40% dei giovani legali l’applicazione di una tariffa mista tra quella tabellare e quella forfetaria (quindi in deroga ai minimi) sia indispensabile per acquisire clientela.
La flessibilità tariffaria, inoltre, si sta rivelando sempre più strategica anche per gli studi che hanno già un consolidato posizionamento di mercato. Si pensi che la law firm inglese Cms ha introdotto nel suo ventaglio di proposte di alternative billing, anche la formula “Pay us what you think the work was worth” che letteralmente si traduce con “pagateci quanto secondo voi vale il nostro lavoro”. Non è difficile, quindi, prevede- re quale sarà l’effetto del ripristino dei minimi inderogabili e dell’abolizione del patto di quota lite. Di sicuro, comunque, il ritorno ai “prezzi imposti” aumenterà la tensione nei rapporti tra la corporazione forense e il mondo dell’impresa. Emma Marcegaglia, numero uno di Confindustria, è intervenuta più volte sulla questione. E lo scorso aprile, a Parma, non ha usato mezzi termini termini: «Non si può parlare di tariffe minime per i professionisti. Non si può avere un pezzo del Paese che scarica i costi su chi deve stare sul mercato». Quale argine In effetti il concetto di mercato non è preso in considerazione nella terapia per la cura dell’inflazione forense.
Introdurre l’obbligo di remunerazione dei praticanti accompagnato da un relativo tariffario, per esempio, potrebbe contribuire da solo a ridurre il numero dei trainee perché renderebbe onerosa l’usanza di ridurre i praticanti al rango di factotum pro tempore ricompensabili con un “biglietto” di ingresso per l’esame di Stato. Una misura del genere non solo farebbe sì che solo gli avvocati e gli studi che hanno davvero intenzione di investire su un professionista da formare sarebbero pronti a farsene carico, ma questi stessi avvocati e studi legali sarebbero il primo filtro per la selezione dei futuri legali. Ma l’introduzione di acceleratori delle dinamiche competitive non è vista di buon occhio, né dai vertici corporativi, né dal Legislatore. La prossima riforma della professione forense, per esempio, introduce le specializzazioni ma stabilisce anche che per ottenere il titolo di specialista basterà seguire corsi per 200 ore complessive: in teoria, con una ventina di giorni di full immersion, un professionista potrà fregiarsi del titolo di specialista e aggregarsi alla pletora di avvocati con più di 20 anni di iscrizione all’albo che, secondo il regolamento approvato dal Cnf (in anticipo sulla legge), godranno dello stesso status in virtù della sola anzianità, senza bisogno di frequentare alcun corso di formazione. Nella prima stesura, invece, il testo di legge fissava in ben due anni la durata del percorso di specializzazione. La modifica rischia di svilire la portata del titolo e di rendere, di fatto, tutti (e quindi nessuno) specialisti. Considerazioni analoghe, infine, si possono fare in merito all’incentivo a creare studi legali associati.
Da un lato si indica nella costituzione di studi associati un modo per facilitare l’ingresso sul mercato dei neo avvocati e una soluzione per favorire la specializzazione settoriale dei professionisti e aumentare il loro livello di preparazione (in Italia, secondo la commissione Pajno, ci sono 21.691 leggi, che raddoppiano se si contano anche quelle regionali e a cui si devono sommare circa 70mila regolamenti). Dall’altro, la nuova legge forense sembra voler penalizzare gli studi associati prevedendo, per esempio, che la responsabilità personale di ciascun professionista dello studio associato, ovvero della società, si riversi su tutti gli altri, oltre che sul patrimonio sociale.
Un principio insolito visto che nemmeno la legge 96/2001 sulle società tra avvocati lo prevede. La refrattarietà al mercato della corporazione, insomma, è un dato di fatto che il Legislatore sembra disposto a ratificare. Come sottolinea, in un suo intervento su Lavoce. info, il senatore e giuslavorista Pietro Ichino: «Il modello a cui si ispira questo progetto di riforma è quello tradizionale dello studio bottega artigiana, nel quale il professionista opera a tempo pieno in modo continuativo ed esclusivo, in collaborazione con un numero limitato di colleghi e di collaboratori: ogni altra forma di esercizio della professione, secondo questo disegno, deve considerarsi sostanzialmente vietata». Ma allora quale argine si alzerà per contenere il fenomeno dell’inflazione forense?
Anzitutto il Consiglio nazionale Forense vuole convincere il ministero dell’Istruzione ad introdurre il numero programmato per le iscrizioni alla facoltà di Giurisprudenza rendendo ancora più arduo il percorso che conduce un laureato in Legge nell’alveo dei professionisti togati. Eppure, l’Italia è già oggi uno dei Paesi dov’è più difficile diventare avvocato come attestato nel 2008, dall’Ocse che classificava l’Italia al 26esimo posto nell’elenco dei Paesi con il più alto livello di regolamentazione dell’accesso alla professione forense. E poi, senza andar troppo per il sottile, verranno sospesi dagli Albi i professionisti che non raggiungano una soglia minima di reddito decisa dagli Ordini. Poniamo che, come si è ventilato, questa soglia venga fissata a quota 10mila euro (che è la soglia minima reddituale per iscriversi alla Cassa Forense): di colpo 56mila avvocati verrebbero sospesi, mantenendo la possibilità di richiedere nuovamente l’iscrizione allorquando, come ha dichiarato il neo rieletto presidente del Cnf, Guido Alpa, «si sentiranno pronti per guadagnare abbastanza ». Ma fino a quel momento, sulla piazza ci saranno 56 mila avvocati di meno.